lunedì 16 ottobre 2017

Villa Malaparte a Capri - un capolavoro del '900





“V’era a Capri, nella parte più selvaggia, più solitaria, più drammatica, in quella parte tutta volta a mezzogiorno e ad oriente, dove l’Isola da umana diventa feroce, dove la natura si esprime con una forza incomparabile, e crudele, un promontorio di straordinaria purezza di linee, avventato in mare come un artiglio di roccia…” 

Con queste parole Curzio Malaparte descriveva l’ispirazione per quello che sarebbe diventato un prodigio dell’architettura di inizio '900: la Casa come me o anche conosciuta come Casa Malaparte, costruita nel 1942.

Nel 1936 Curzio Malaparte è ospite a Capri del medico e scrittore svedese Axel Munthe.
Dopo una passeggiata a Capo Massullo ebbe la visione e l’ispirazione di Casa Malaparte e si attivò per acquistare questo promontorio di roccia da un pescatore.  Mediante le sue conoscenze e simpatie per il partito Fascista di cui fu anche in parte fondatore si attivò presso le autorità locali per ottenere i permessi ci costruzione dell’abitazione e della strada per arrivarvi. 


Malaparte scelse, per il progetto, Adalberto Libera, l’architetto del palazzo dell’E.U.R a Roma, uno dei pionieri del razionalismo italiano, molto conosciuto per le sue idee futuriste; invece per la costruzione si affidò al maestro muratore caprese Adolfo Amitrano, “il migliore, il più onesto, il più intelligente, il più probo, fra quanti abbia mai conosciuti”. In realtà pare che il progetto originario di Libera fosse in linea con la tipica architettura caprese e che il risultato finale sia stato in gran parte frutto delle intuizioni visionarie dello stesso Malaparte.


A prima vista assomiglia più ad un immenso mattone caduto sulla roccia che ad un’abitazione. Ma poi, a ben guardare, la struttura è in assoluta sintonia con la natura che la circonda, e finisce col sembrare una naturale elevazione del promontorio.
I problemi da risolvere non erano pochi, e non erano facili. A cominciare dall’orientamento poiché c’era da scegliere fra due venti, il greco e lo scirocco, che vi battono spesso. E io preferii affrontarli col gomito, per così dire, orientando la casa con gli angoli volti a tagliare i quattro punti cardinali. In quanto alla sua forma, essa mi era dettata dall’andamento della roccia, dalla sua struttura, dalla sua pendenza, dal rapporto dei suoi sessanta metri di lunghezza con i suoi dodici metri di larghezza. La feci lunga, stretta dieci metri, lunga 54. E poiché, a un certo punto, dove la roccia si innesta al monte, la rupe si incurva, si abbandona, formando come una specie di collo esile, io qui gettai una scalinata, che dall’orlo superiore della terrazza scende a triangolo.
Nel 1938 Capo Massullo è suo. Una roccia inaccessibile, a picco su una baia verde e turchese. Tutto intorno solo il mare, la roccia e la natura selvaggia. Un luogo unico al mondo. I lavori durarono quattro anni, dal 1938 al 1942; all’esterno la casa si collega alla roccia con una grande scalinata strombata di uno stile vagamente Inca che sale fino al tetto-solarium pavimentato in cotto. Sul grande tetto piatto che copre interamente il secondo piano non ci sono più le volte ma c’è un piccolo muro bianco a forma di falce, una vela che protegge lo scrittore dallo sguardo dei curiosi.





Al secondo piano il vasto soggiorno ha il pavimento in basalto grigio come un’antica strada romana, e quattro grandi finestre alte come i muri si aprono sullo splendido paesaggio. Non ci sono infissi, ma ogni apertura ha una cornice di legno di noce. Un vetro montato sul fondo del focolare del camino lascia intravedere il mare attraverso le fiamme, e dall’esterno, se la casa è abitata, si vede il fuoco.


In fondo a tutto, a picco sul mare, lo studio dello scrittore. La decorazione di ogni piastrella del pavimento è una lira d’Orfeo disegnata da Alberto Savinio, e Malaparte amava dire “qui da me si cammina sulle lire”. Lo studio ha tre finestre con tre diverse vedute: da un lato i Faraglioni, dall’altro la Punta della Campanella e dal terzo l’infinito dell’orizzonte.

Fin da subito le reazioni a quella “strana” casa furono varie. La villa, che rappresenta una vigorosa anticipazione del razionalismo italiano, scatena subito la reazione degli architetti e degli storici dell’architettura. Qualcuno parla di “un prodotto rigido ed in collera con la natura”, qualcun altro “di un relitto rimasto sulla roccia dopo il riflusso delle onde”. C’è chi associa la casa a “una barca arcaica e senza tempo in equilibrio tra architettura mediterranea e giochi d’astrazione”.
E c’é chi ne parla, invece, come un oggetto in fusione perfetta col paesaggio.

Casa Malaparte seduce perché é la materializzazione della personalità di uno scrittore inquietante che ancora oggi fa parlare di se. Perché é il risultato di citazioni letterarie, di memorie politiche, di frammenti di vita. Perché è un architettura che è anche l’autobiografia di un personaggio, il luogo dei suoi ricordi, il manifesto della sua ideologia.
Il suo fascino è arricchito dalla lunga sequenza di ospiti che, nei decenni, vi hanno soggiornato, Albert Camus, Moravia, Picasso, Togliatti e altri.
Il regista Jean-Luc Godard la scelse per ambientare un episodio del suo film: Il Disprezzo.


Purtroppo dopo la morte di Malaparte, una serie di dispute legali tra i discendenti e gli eredi designati dall’autore ha ottenuto come unico risultato la chiusura al pubblico e l’incuria della villa; ma nella memoria collettiva resta ben salda l’immagine e il fascino esercitato da questo luogo di passione  e pensiero. Il festival di Cannes del Ha scelto proprio uno scorcio di questa casa per il suo manifesto nel 2016 e, di sicuro, la personalità di Malaparte si è fusa con punta Massullo, insinuata come una radice di un arbusto che spacca e trattiene al tempo  nella roccia. Infatti tutoggi i capresi, chiamano quest’angolo impervio e selvaggio  semplicemente: Malaparte.


lunedì 9 ottobre 2017

La casa immersa nella natura nel centro di Mumbai dell'archistar Bijoy Jain





I tratti che distinguono e caratterizzano lo stile dell'architetto indiano Bijoy Jain fondatore dello Studio Mumbai Tanto, sono senza dubbio il verde, l'utilizzo dei materiali locali, le poche decorazioni e un equilibrio inconfondibile tra la natura e la qualità e il rispetto del progetto.   

Tutte caratteristiche distintive che possiamo trovare nella visione d'insieme della sua casa di Mumbai, ideata per evadere dalla frenetica vita che lo porta in giro per il mondo per vari progetti.





Un’oasi nel centro di Mumbai, costruita all’interno di una comunità di artigiani, coi quali l’architetto collabora per le sue opere e progettazioni e i suoi cani cani che sono più di ventitré.

In questa abitazione che sembra essere progettata in divenire per quanto è spontanea e semplice, ogni dettaglio sembra lasciato al caso ma tutto ha in realtà un senso ed un suo preciso equilibrio architettonico. 

La facciata bianca, a simboleggiare il colore della purezza ma anche della semplicità, si sposa perfettamente con i materiali usati per gli infissi, materiali tutti derivati dagli alberi delle piantagioni locali come invece le tegole della casa, lavorate in ceramica, che sono interamente prodotte da uno degli artigiani della comunità suddetta dove nasce la casa .
L’ottimizzazione delle risorse del luogo in cui si costruisce e il rispetto del paesaggio sono uno degli aspetti fondatori e portati dello Studio Mumbai. Un dialogo che in questi anni si è dimostrato fondamentale nel dibattito sull'urbanistica del paese e fondamentale per integrare al meglio il progetto umano a quel che c’era prima, quella  che è sempre stata la protagonista assoluta: madre natura.

Dal portico ricco di sedute rivestite di tessuti totalmente organici come sete, lini e cotoni e tutti dalle nuance chiarissime, ci si sposta nella stanza principale della casa, in cui la luce vivida delle vetrate poste sopra gli infissi spezza la staticità e il minimalismo degli interni, anche in questo caso nello spazio interno ogni angolo è colmo di richiami al semplice e complesso mondo della natura. 


Legno, ceramica e cotone convivono in un ambiente quasi povero, scarno di decorazioni ma dall’anima ricca.

Il superfluo è lasciato da parte al fine di valorizzare la funzionalità delle stanze, perfette per momenti di convivialità e riposo. Una scala, a ridosso del muro, porta al piano superiore dove un ventilatore a soffitto fa da guardiano alla camere da letto, accompagnato dalle travi a vista del tetto. 


Fuori si scopre una piscina meravigliosa, un gioiello nonché l’unico vero grande lusso di una casa apparentemente semplicissima e  minimal. 
Tutto attorno, sdraio e alberi godono del clima indiano, caldo e soleggiato, creando un’atmosfera in cui divino e vita quotidiana sembrano coesistere perfettamente.

lunedì 2 ottobre 2017

Fondazione Ca' Romanino - La casa delle idee di Giancarlo De Carlo



“L’architetto è la penna del suo committente”, questo pensava Giancarlo De Carlo, architetto italiano impegnato in progetti per luoghi della collettività: quartieri residenziali, abitazioni, scuole, residenze universitarie tanto che i suoi committenti potevano essere operai, sia gli abitanti dell’isoletta di Burano, come gli studenti di quello che è considerato il campus universitario di Urbino. L'area ora è dedicata a Carlo Bo che ne fu rettore e che invitò, nel 1954, proprio Giancarlo De Carlo a progettare il campus, per tentare di ridare dignità all’antica città ducale ormai ricca solo del suo passato. “
Così ebbe inizio un’inedita geografia di amicizie, nate  durante l’epoca della Resistenza, epoca contagiata anche dal grande entusiasmo presente per gli anni della ricostruzione; un periodo che ha dato vita  all'intrecciarsi di scambi e relazioni tra personaggi della nostra architetturasenza dubbio eccezionali: Vittorio Sereni, Albe Steiner, Antonio Cederna, Elio Vittorini, Carlo Bo, Livio Sichirollo, e Sonia Morra
Furono loro ad invitare Giancarlo De Carlo, già impegnato nel piano urbanistico della città di Urbino, a progettare una casa su di un colle nei pressi della città ducale. Un’architettura sospesa nell’aria ma ben ancorata alla terra, un luogo dove condividere i pensieri, le idee, i progetti, le utopie che hanno acceso gli animi all’epoca dei grandi sogni del rinnovamento del design italiano.


Nel 1968 la casa è pronta. 
Scavata all’interno della collina, le piante secolari diventano parte integrante della costruzione. De Carlo crea un dialogo, quasi una sfida con la natura. Il paesaggio è catturato da numerose, ampie finestre e irrompe con forza in tutte le stanze; ma anche la natura sembra avere un rispetto reverenziale per la casa che s’immerge in essa senza disturbarla. E poi, i camminamenti in calcestruzzo che regalano il piacere della scoperta del paesaggio in quota. 


Una scala nascosta accanto alla cantina, apparentemente inutile, non si percepisce dove possa portare, invita al piano superiore e consente un giro della casa, quasi un passaggio sulle mura di un castello. Percorrendo le “mura” si torna in casa dall’alto e il gioco delle scale e scalette a pioli con i corrimano rosso lacca, invitano a un tour in nito. Si rischia di perdere l’orientamento, tra piani sfalsati e raddoppiati, e rampe nascoste. 


Sembra quasi il percorso nella stiva di una nave, si sale e si scende e si guarda attraverso le fenditure attraverso le pareti di mattoni e i muri. Di notte quando si riposa sdraiati sui letti delle stanze degli ospiti si vedono dai lucernari solo le stelle, come appunto da una barca.
Il fulcro della casa, quello che rimane indimenticabile, l’elemento che De Carlo ha pensato per creare una sorta di calore architettonico, è la presenza di un corpo sovradimensionato, che  non è solo un elemento ornamentale ma indispensabile perchè fonte di calore: il camino a cilindro rosso attraversa il soggiorno fino alla doppia altezza della struttura e congiunge la zona  degli incontri e delle conversazioni alla parte alta, dedicata alle cene e allo studio, racchiuso da un segno curvo, come a isolarlo con un gesto impercettibile al resto del mondo.


Per un architetto il problema di progettare gli involucri dei suoi spazi è a breve termine, ma è a lungo termine il problema di realizzare la trasformazione degli spazi in luoghi”. 
Così pensava Giancarlo De Carlo. 
E ora, in questo luogo è sorta la Fondazione Ca’ Romanino per realizzare un laboratorio di idee che ospiti in questo suo ambiente privilegiato persone e progetti. 

lunedì 25 settembre 2017

La casa nella foresta pluviale di Marcio Kogan




Cerca senza alcun dubbio, un rapporto ideale con la natura circostante, la Jungle House, costruita da Marcio Kogan con Samanta Cafardo in legno e cemento, con una piscina sul tetto e immersa nella foresta pluviale, lungo la zona costiera dello stato di São Paulo.  


Questa residenza per vacanze dal design futuristico, moderno ma allo stesso tempo caldo ed accogliente è stata inserita con garbo e rispetto delle biodiversità del territorio in quella che era una radura nella fitta vegetazione tropicale che ricopre il terreno montuoso.


L’architettura è pensata in funzione del paesaggio e nel rispetto della giungla preesistente. 
Inoltre, lo studio mk27 di Kogan ha valorizzato fattori naturali, come la vista panoramica sull’Oceano, il contatto diretto con l’ambiente, oltre ad avere considerato la luce proveniente dal sole in ogni ora della giornata solare per disegnare degli spazi spazi ottimali. 


Appoggiata sul lato del pendio, la struttura si proietta in avanti e sembra uscire in maniera del tutto naturale dalla montagna, e rimane sospesa da terra grazie al sostegno di due grossi pilastri. La semplicità, ricercata da Kogan nelle sue architetture, si esprime quindi in questa casa che è sì una casa moderna ma comunque dai volumi rettangolari in cemento a vista che si combinano a rivestimenti in legno. I diversi blocchi con coperture aggettanti creano spazi semi-esterni riparati. 



Estesa su una superficie di 805 metri quadrati, la casa si sviluppa su tre piani concepiti, nella loro organizzazione funzionale, in senso inverso rispetto alla distribuzione tradizionale. Sul tetto sono collocati gli spazi comuni dedicati alla socializzazione, la piscina, la zona giorno e la cucina; al livello intermedio si aprono la zona notte con camere, verande e amache; mentre al pianterreno si trovano un ampio deck, coperto dalla proiezione della casa, che è collegato a una stanza da gioco per  bambini e alcuni locali di servizio. 



Il progetto di interior design, curato da Diana Radomysler, del team di Studio MK27, propone arredi moderni e di design e soluzioni confortevoli per abitare nella giungla. La natura è prevalente non solo da un punto di vista "visivo" ma anche "fisico", si più toccare la giungla grazie all’architettura di Jungle House. Così per i suoi abitanti è naturale camminare in mezzo agli alberi al piano terra, sfiorare le loro chiome al livello superiore o superarle, sul tetto, per guardare il mare.


Senza dubbio un capolavoro della moderna architettura, lo studio di strutture che sappiano sperimentare ed osare ma al contempo inserirsi nel contesto naturale e nello spazio che hanno a disposizione, una residenza che non è solo opera d'arte ma anche casa per vivere e che rispetta la natura, la compiace, la asseconda e la rispetta.

lunedì 18 settembre 2017

Abitare in 20 Mq? Si può - le tiny house





Abitare in 20 metri quadri si può. 
Si chiamano infatti Tiny house, letteralmente "piccole case"; un’ottima soluzione per ricavare, in poco spazio, una vera e propria superficie abitabile, e quindi una vera e propria abitazione  per una coppia o un'intera famiglia e risparmiando tempo e denaro. Si tratta senza dubbio di una mentalità di vita ma anche architettonica e di design non molto mediterranea e comunque legata allo stile minimale dei paesi scandinavi o dei paesi orientali; tuttavia risulta molto interessante sotto il profilo tecnico per le soluzioni abitative che vengono costantemente trovate, per lo studio continuo dei nuovi sistemi per le fonti energetiche e per il rispetto dell'urbanistica della natura e dell'ecologia. 





Si tratta infatti  di case pensate per fronteggiare il comsumismo degli ultimi anni, costruite con superfici estremamente ridotte, in più realizzate sempre con materiali e tecniche eco sostenibili, e spesso dotate di ruote, così da potersi spostare. Oggi le Tiny houses rappresentano uno vero e proprio trend architettonico, tant’è che sul web si trovano tutorial su come costruirle, sul mercato sono disponibili anche dei kit fai-da-te per costruire queste minuscole abitazioni.

Jay Shafer, fondatore della Tumbleweed Tiny House Company cominciò a parlare di tali costruzioni già nel lontano 1999. Secondo lui le case "devono soddisfare le esigenze di ogni singolo individuo, senza sprechi o eccessi. Una vita più economica è anche più serena, in più se si dispone di una casa piccola si può far spazio solo alle cose che contano davvero." Insomma un vero anti-archi star dalle idee monumentali 


L’Eco Bike Trailer House di Paul Elkins è un esempio di Tiny houses, una costruzione nata per chi ama vivere sposando gli ideali dell’ecologia, all’interno du una casa-rimorchio trasportabile in bici! Una casa funzionale ma anche un gioiellino al limite tra arte e design.


E poi c’è la ‘Casa Micro Compact’, un cubo di poco più di 7 metri quadrati sviluppato dall’architetto britannico Richard Horton in collaborazione con l’Università di Monaco di Baviera, progettato per una o due persone, che dispone di utili spazi funzionali. Un’area lavoro, un tavolo, wc e cucinino con frigo, c’è persino il congelatore e il forno a microonde e un sistema di illuminazione a led.

Più di recente, gli americani Christopher e Malissa Tack hanno progettato e realizzato la Tiny Track House in soli 13 metri quadrati, utilizzando il rimorchio di una roulotte e avvalendosi solo di materiali locali. Negli USA, dopo l’uragano Katrina si sono diffuse molto queste piccole abitazioni, chiamate anche Katrina Cottages, studiate per la necessità di realizzare un’abitazione sicura e semplice da costruire ma anche accogliente e confortevole, il tutto in meno di 30 metri quadrati.




giovedì 31 agosto 2017

Maison La roche/Jeanneret - La modernità prima della modernità


Le Corbusier è senza alcun dubbio l’Architetto moderno per antonomasia. La casa di cui vi parliamo in questo post è una delle sue opere più rappresentative e famose perché incanta nella sua essenza i dettami del movimento moderno dell'architettura del '900: è la Maison La Roche, unita e alla Maison Jeanneret, di fatto oggi sede della Fondation Le Corbusier a Parigi.
Costruite tra il 1923 e il 1925 queste due case sono due abitazioni contigue create rispettivamente una per il fratello di Le Corbusier, Pierre Jeanneret e la sua famiglia e l’altra per Raoul La Roche, economista, e collezionista d’arte moderna.
Raoul e Le Corbusier si conoscono a Parigi nel 1918 e la loro amicizia nasce dalla stima e dall’interesse che il primo nutre e dimostra al giovane Le Corbusier; La Roche possiede un' eccezionale collezione di opere d’arte che spaziano da Picasso a Braque, a Lèger, Gris, Lipchitz e anche  lo stesso Jeanneret. E proprio a lui, e al cugino Pierre, l'economista infine decide di commissionare una casa/galleria.

Gli edifici sono ubicati all’interno di un stretto lotto all’interno del quale si sviluppa lo Square du Docteur Blanche. L’accesso alle maisons è quas ”confidenziale”: non c'è niente che dalla strada principale, lasci presagire lo sviluppo interno delle costruzioni. Varcato il cancello, si percorre una strada ombreggiata in leggera pendenza che ci accompagna verso il fondo della costruzione. Già a metà del breve percorso si viene colpiti da un volume sospeso, bianco e in netto contrasto con le costruzioni vicine: è la Maison La Roche. Pochi passi ancora e si scopre un secondo volume,sulla destra, ancora più candido, semplice ed ordinato da lunghe finestre orizzontali: La Maison Jeanneret.
Si può decidere di iniziare la visita proprio varcando il cancello bianco ed entrando nel piccolo giardino. Sopra  il giardino si sviluppa il volume della galleria d’arte concepita da Le Corbusier per ospitare la collezione d?arte di La Roche. Lo spazio esterno, piuttosto spartano e quasi modesto, permette però di apprezzare totalmente la qualità plastica della costruzione e lo svilupparsi concatenato ed armonioso degli ambienti interni.
All'ingresso della casa che è possibile visitare perché aperta al pubblico sarà necessario di indossare dei copri scarpe per evitare di danneggiare i pavimenti originali . Potrete cominciare la vostra “promenade la hall a tripla altezza è il fulcro indiscutibile della composizione architettonica e la prima cosa che vi colpirà è la luce: la hall è priva di aperture dirette verso l’esterno e vive del chiarore proveniente dagli ambienti che la circondano.


Le pareti sono monocrome, tinteggiate ocra pallido, un colore che è riemerso dopo i restauri del 2009. L’uso del colore è uno degli ingredienti fondamentali della architettura lecorbuseriana ed in particolare in questa casa è concepito come il legame tra i suoi due universi: l’architettura e la pittura. Gli interni della Maison La Roche sono trattati in maniera duplice: alla monocromia della hall e della sala da pranzo è contrapposta la policromia della galleria, della biblioteca e degli spazi di servizio che completano il piano terra. Il colore della hall appare come una sorta di matrice a partire dalla quale la policromia può esprimere tutto il suo potenziale.


La famosa rampa che taglia l'ambiente centrale permette di accedere al piano più alto della casa il mezzanino che ospita la biblioteca: spazio privato per eccellenza da dove è possibile dominare con lo sguardo gli altri ambienti e vero rifugio dove non è possibile essere visti.
Percorrendo la passerella al piano primo si raggiungono un piccolo office e la sala da pranzo da cui si accede al tetto terrazza. Questo spazio all’aperto, che si ricongiunge a quello di Maison Jeanneret, denota una duplice preoccupazione moderna al tempo ed ancora oggi attualissima: da un lato quella di soddisfare l’aspetto per così dire  naturale al quale si rinuncia difficilmente anche nei centri cittadini, dall’altro quello di soddisfare un aspetto tecnico, quello relativo all’isolamento termico della struttura dei solai in cemento armato.
Ancora oggi, quello che sorprende di questa incredibile corruzione è senza dubbio il messaggio moderno e minimalista che farebbe pensare all'architettura elvetica o a una moderna lottizzazione industriale, certamente non ad una casa concepita nei primi anni del '900. Per questo suo simbolismo e per quello che ha rappresentato per l'architettura dello scorso secolo questa è senza dubbio una pietra miliare della storia delle costruzioni e del design.


venerdì 4 agosto 2017

Maison Bubble - La casa fatta di bolle della Costa Azzurra





La Maison Bubble si trova a Theoule sur Mer, in Costa Azzurra, fra il massiccio dell'Estere e le acque cristalline del golfo di Cannes. Appartiene alla famiglia dello stilista Pierre Cardin ed è stata progettata dall'architetto Antti Lovag (1020-2014). Si estende su una superficie di oltre 1.200 mq, incluse 10 suite decorate da diversi artisti, una reception, un auditorium e un giardino di oltre 8.500 mq. Iniziata nel 1975, non è mai stata terminata.


Nessuno potrà negare che il primo pensiero guardando questa casa vada alla casa dei Barbapapà è chi lo sa se davvero i famosi cartoni   non ispirarono in parte l'architetto al tempo per ideare quello che poi sarebbe diventato un monumento storico francese. 
All'interno della Bubble House non ci sono angoli ma solo muri tondeggianti, oblò orientabili, corridoi sinuosi, ampie scale a chiocciola, grandi finestre oblò che si affacciano su giardini interni e piscine naturali. L'arredamento curvilineo è essenziale: Antti Lovag ha progettato e costruito anche camini, tavoli e letti, tutti orientabili e privi di piedi.






È una casa senza spigoli e senza linee rette, costituita interamente da superfici curve e composta da un insieme di sfere antisismiche autoportanti. Gli ambienti e quindi "le sfere" sono interamente affiancate e sovrapposte fra loro tanto da dare l'impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di ispirato alla scienza e alla biologia, a un qualcosa di vivo, una forma primordiale in continuo divenire. 

La costruzione rappresenta l'essenza stessa delle idee costruttive del suo ideatore per cui "l'uomo, per ragioni prettamente economiche, si trova a vivere circondato da cubi e angoli che sono  inesistenti in natura e che rappresentano un'aggressione contro l'uomo e l'ambiente, impedendo il libero movimento e interrompendo l'armonia"; da questa idea nasce l'interesse dell'architetto per le forme sferiche e per l'autocostruzione in armonia con il paesaggio ovvero l'adattare lo spazio di costruzione alla morfologia dell'essere umano. La casa diventa quindi un involucro per l'uomo in grado di rispondere alle sue esigenze, in cui l'estetica e la facciata esterna rappresentano una conseguenza dell'organizzazione interna, che deve rispondere alle esigenze dell'individuo e migliorarne il benessere. 



Pur non avendo mai ottenuto le autorizzazioni richieste per la sua costruzione, la Maison Bubble è stata riconosciuta come "patrimonio dei monumenti storici" dal Ministero della Cultura Francese.